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La storia di una persona che ha vissuto il secondo conflitto mondiale (1939 – 1945)

Protagonista di questa intervista è la mia bisnonna, Maria Wrischnig, nata in Austria nel 1926. Quando iniziò la seconda guerra mondiale, Maria aveva tredici anni e viveva in una piccola cittadina in Carinzia, Spittal an der Drau, insieme ai nonni materni. Furono la madre e le insegnanti (all’epoca Maria frequentava l’ottava classe, l’attuale terza media) a comunicarle l’inizio della guerra.
Durante la guerra la mia bisnonna e i suoi familiari non furono costretti ad abbandonare la loro casa, in quanto la città in cui vivevano non era esposta in modo particolare al rischio dei bombardamenti. La famiglia veniva economicamente sostenuta dal lavoro dalla madre di Maria e dalle attività dei nonni materni. La madre, Juliana Wrischnig, viveva fuori casa, in quanto prestava servizio presso una famiglia di contadini. Maria veniva accudita dai nonni: il nonno era un boscaiolo in pensione, la nonna era casalinga. I bambini, anche nel periodo di guerra, continuavano a frequentare la scuola.
In casa, oltre a fare i compiti di scuola, lavorava all’uncinetto e aiutava la nonna nelle faccende domestiche. Il cibo era scarso e la dieta poco varia. Mangiavano soprattutto minestra, canederli e lo “Sterz”, una sorta di polenta molle. Poca carne e pochissima frutta, consistente quasi esclusivamente nelle mele che i contadini, saltuariamente, davano loro.
Durante la guerra le condizioni di vita erano assai precarie. Si soffriva la fame e il freddo, che sono i segni più tangibili della miseria. Oltre al cibo razionato, anche gli indumenti erano pochi e malridotti, mentre la legna ed il carbone scarseggiavano. I bambini spesso venivano portati nelle stalle per scaldarsi. I ragazzi però continuavano ad uscire di casa senza paura, o mostrando di non averne.
In giro si vedevano gli ufficiale delle S.S. (abbreviazione di Schutzstaffeln, “Squadre di protezione”, ossia unità paramilitari del Partito Nazista) ai quali bisognava sempre porgere il saluto nazista alzando il braccio destro ed esclamando “Heil Hitler!”. Anche tra i civili era obbligatorio salutarsi in questo modo. La mia bisnonna, con una punta di orgoglio e con una certa commozione, mi racconta di come sua madre, convinta socialista, si fosse sempre rifiutata di fare il saluto nazista.
Questo atteggiamento non restò, purtroppo, senza conseguenze: quando presentò domanda al Comune per un alloggio popolare, la richiesta le venne respinta, come forma di punizione per le sue opinioni politiche dissidenti. A questo punto domando alla mia bisnonna se, durante quel periodo, avesse mai sentito parlare dei lager. Lei mi risponde che questo era un argomento tabù e che nessuno osava affrontarlo. Solo la madre e alcuni conoscenti le avevano raccontato che persone con disabilità, psichiche o fisiche, e oppositori politici venivano deportati nei lager. A scuola non avevano spiegato nulla di ciò che stava accadendo, forse per non spaventare i ragazzi, o più probabilmente perché il regime non desiderava che la notizia di queste operazioni fosse di dominio pubblico.
La situazione era difficile per tutti: per gli uomini che dovevano andare a combattere al fronte e per le donne che dovevano arrangiarsi come potevano per la sopravvivenza della famiglia (soprattutto nelle famiglie contadine, perché mancava la forza-lavoro).
Compiuti i quattordici anni, Maria venne chiamata dallo Stato a prestare una sorta di servizio civile (Arbeitsdienst) presso una famiglia di contadini. Li supportava nelle faccende domestiche e nel lavoro nei campi. La notte dormiva in una caserma militare insieme ad altre ragazze, che, come lei, prestavano questo tipo di servizio. Durante la settimana mangiava presso la famiglia di contadini alla quale era stata assegnata, ma la domenica, giorno di riposo, non aveva nulla da mangiare. Per fortuna aveva un’amica in caserma alla quale i familiari spedivano spesso dei viveri che divideva generosamente con lei.
A diciassette anni lo Stato la mandò a prestare servizio civile in Slovenia. Alloggiava presso un campo militare ed aiutava le famiglie contadine. Lì almeno il cibo era garantito perché glielo forniva la caserma. Dopo l’esperienza in Slovenia, venne spedita a Vienna a prestare servizio militare presso una piccola caserma in cui alloggiavano militari.
Il suo compito era quello di segnalare la presenza di aerei in volo (principalmente durante le ore notturne) affinché i soldati li identificassero e, nel caso di aerei nemici, li colpissero. Era un compito di una certa responsabilità e questo le creava molta ansia.
In quel periodo i Russi invasero Vienna (13 aprile 1945). La guerra stava finendo. Poco prima dell’arrivo dei sovietici, la caricarono sopra un mezzo dell’esercito e la condussero verso Salisburgo, dove sarebbe dovuta rimanere fino alla fine della guerra, alloggiata presso un campo militare. Ma Maria, incoraggiata da un’amica, scese dal camion nei pressi di una stazione ferroviaria; vedendo passare un treno diretto verso la Carinzia, non ebbe alcuna esitazione a tentare la fuga salendo “al volo” su quel treno diretto a casa.
Scese alla stazione di Spittal an der Drau e si diresse verso la casa di una zia, che si trovava nei paraggi. Quando la cara Tante Marianne vide la nipote, la felicità fu grande, ma grande fu anche la paura, per il timore che venissero presto a riprenderla.
Ma ormai la guerra era finita.
Alice Alda Crivellaro Lo Vetro, IC

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